
Marco Lachi ha 31 anni ed è in Sud Africa da due. Si è diplomato nel 2007 al corso triennale di Fotografia presso la Fondazione Studio Marangoni di Firenze e oggi collabora da freelance per diverse riviste italiane: IL, Sportsweek, Gazzetta dello Sport, Abitare e quello che capita di volta in volta. “Venire qua è stato il mio investimento. Per prima cosa perché il costo della vita è ancora basso e si sopravvive con quanto ti pagano le riviste italiane, poi perché volevo vivere in un posto da raccontare”.
Per i fotografi essere freelance non è una scelta, ma quasi un obbligo. L’alternativa è quella di far parte delle agenzie di notizie che commissionano le foto in cambio di un fisso mensile. “In quel caso però tutto quello che viene pubblicato esce sotto il nome dell’agenzia e non puoi fare lavori in proprio”, dice Marco.
Siamo appena tornati da una mattina surreale con un gruppo di sangoma, vale a dire di guaritori tradizionali sudafricani. Siamo stati con loro intorno al fuoco, li abbiamo visti chiudere linee di energia che attraversavano la township e indossare perline colorate. Io scrivevo, lui fotografava.
Marco è arrivato nel 2008 e all’inizio si è fatto il portfolio fotografico noleggiando una macchina e viaggiando per il paese. Ma quando, tutto soddisfatto, ha fatto il giro per le redazioni con le foto, ha scoperto di non riuscire a venderne neanche una.
“E’ stato utile comunque. Mi sono presentato ai photoeditor, mi sono fatto conoscere, ho detto loro che sarei stato a disposizione in Sud Africa”.
Ora, passati due anni, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa: collabora con diverse riviste e ha fatto la sua mostra personale, a Bergamo, a cura di 3/3, sul fenomeno della paura urbana nelle zone residenziali di Cape Town e in alcune altre aree suburbane del Sud Africa.
Una cosa è chiara, questo è un lavoro che si fa per passione, non nella speranza di grandi guadagni. “Non ti paghi la metà delle energie che spendi: lavori sempre, da mattina a sera. Scrivi e-mail alle riviste, cerchi continuamente argomenti, lavori sulle foto, mandi proposte”. Senza sapere di solito quanto e se rientrerà qualcosa dal punto di vista economico.
“Dipende moltissimo. Io ho aperto al partita Iva e vivo delle foto che vendo. A volte lavori e guadagni tanto, poi ci sono periodi in cui non riesci a piazzare niente e ti inizi a preoccupare”.
E quando ti chiedono qualcosa devi essere immediatamente a disposizione.
“Ieri mi ha chiamato Le Monde per chiedermi foto di violenze o di malati di Aids. Ma le volevano per il giorno dopo, dovresti già averle in archivio”, dice. ”La difficoltà sta nell’equilibrare quanto puoi fare da solo con il rischio di non rientrare nelle spese e quanto puoi aspettare che ti commissionino loro le foto”.
Non che ci sia molta scelta.
“Sono pessimista sul futuro di questo lavoro. Ormai è diventato più importante essere in un determinato luogo piuttosto che saper utilizzare bene la macchina fotografica”. E poi in Italia ci sono soltanto venti riviste con cui è possibile lavorare, non è tanto.
“Con questo lavoro fai fatica, investi i tuoi risparmi e spesso non rientri nelle spese. Ho 30 anni e devo iniziare a pensarci”, commenta. “Voglio sempre riuscire a fare questo lavoro, ma devo contemporaneamente consolidare anche il lavoro commerciale, visto che con le riviste non si sopravvive”.
L’importante però è crederci.
“Se vuoi farlo, sono sicuro che al 90% ci riesci, ma non mi aspettavo che fosse così faticoso”.