Proposte

-Buongiorno, sono la giornalista del Sud Africa, ho delle proposte bellissime

-sentiamo

-C’è una poliziotta che sta facendo causa contro l’Affirmative Action, la legge di discriminazione positiva sui posti di lavoro

-troppo complicato non ci interessa

-Allora ho l’intervista a un giornalista anti-apartheid che ora è perseguitato dal nuovo governo perché la verità non piace a nessuno.

-Sta scherzando? E chi vuole che lo conosca il giornalista anti-apartheid? In Italia del Sud Africa vogliamo soltanto interviste ai Mandela

-Allora la nazionalizzazione delle miniere e la riforma di ridistribuzione delle terre…

-Aaaah, che sonno

-Poi c’è una sessuologa che ha organizzato una serata con i sex toys per preparare le donne all’arrivo dei turisti. So che è una sciocchezza, ma…

-Non ci credo, è fantastico, bellissimo, straordinario, eccezionale. Questo è quello che cerchiamo. Mi scriva 6.000 battute per domani mattina.

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Soltanto una questione di tempo, Helen Zille e la politica sudafricana

Helen Zille è il premier del Western Cape, la provincia nella zona a sud-ovest del paese dove si trova Città del Capo. Bianca – una stranezza nel panorama politico sudafricano -, ex giornalista, di discendenza ebraica, è la leader della Democratic Alliance, l’unico vero partito all’opposizione in Sud Africa. A fine anni Ottanta mise a disposizione degli attivisti politici anti-apartheid la casa che condivideva con il marito e fu costretta a darsi alla fuga poco più tardi con il figlio di due anni.

Ieri è arrivata al Press Club di Newlands indossando jeans, una maglietta gialla dei Bafana Bafana e gli scaldamuscoli con la bandiera sudafricana. E’ bassa e magra, capelli biondi corti, un’ottima parlantina e una buona dose di idealismo. Racconta che la mattina si sveglia solitamente intorno alle 4,15 per iniziare a lavorare.

Nella sala i giornalisti erano al 99% bianchi, età media 60 anni, si conoscevano tutti e si vedeva chiaramente che la Zille giocava in casa.

“Nessun commento sulla Coppa del Mondo finché non sarà finita”, ha detto. “Credo fermamente nel fatto che, se qualcosa può andare storto, probabilmente ci andrà, quindi meglio aspettare prima di cantare vittoria”, ha detto. “Una cosa però è certa. L’opinione del mondo sul Sud Africa sta cambiando”.

Che ci siano molti problemi però è indubbio. “Io provo a andare nelle township, ma scopri che se non paghi l’uomo responsabile della comunità non puoi avere accesso alle persone”, racconta. Nei giorni scorsi la Lega Giovanile dell’Anc ha minacciato di rendere Città del Capo ingovernabile e le ha intimato di non andare a suo piacimento nelle zone nere. Un ordine rispedito al mittente che mostra però le divisioni profonde tra l’opposizione e alcuni esponenti del partito al governo. Già qualche anno fa la Zille è stata attaccata con violenza dai giornali sostenitori dell’Anc. Aveva detto che il presidente Jacob Zuma, violentando una sieropositiva, aveva messo a rischio di contrarre il virus anche le sue tre mogli.

“Razzista”, l’hanno accusata, ritirando fuori l’insulto preferito e più abusato del paese. Ma lei fa spallette e va avanti. “Bisogna distinguere tra elezioni locali e elezioni nazionali. Nelle prime vinciamo perché quello che conta sono i servizi gestiti nella quotidianità, nelle seconde perdiamo perché prendono il sopravvento storia e emozioni. E’ solo una questione di tempo”.

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Marco Lachi e l’investimento Sud Africa


Marco Lachi ha 31 anni ed è in Sud Africa da due. Si è diplomato nel 2007 al corso triennale di Fotografia presso la Fondazione Studio Marangoni di Firenze e oggi collabora da freelance per diverse riviste italiane: IL, Sportsweek, Gazzetta dello Sport, Abitare e quello che capita di volta in volta. “Venire qua è stato il mio investimento. Per prima cosa perché il costo della vita è ancora basso e si sopravvive con quanto ti pagano le riviste italiane, poi perché volevo vivere in un posto da raccontare”.

Per i fotografi essere freelance non è una scelta, ma quasi un obbligo. L’alternativa è quella di far parte delle agenzie di notizie che commissionano le foto in cambio di un fisso mensile. “In quel caso però tutto quello che viene pubblicato esce sotto il nome dell’agenzia e non puoi fare lavori in proprio”, dice Marco.

Siamo appena tornati da una mattina surreale con un gruppo di sangoma, vale a dire di guaritori tradizionali sudafricani. Siamo stati con loro intorno al fuoco, li abbiamo visti chiudere linee di energia che attraversavano la township e indossare perline colorate. Io scrivevo, lui fotografava.

Marco è arrivato nel 2008 e all’inizio si è fatto il portfolio fotografico noleggiando una macchina e viaggiando per il paese. Ma quando, tutto soddisfatto, ha fatto il giro per le redazioni con le foto, ha scoperto di non riuscire a venderne neanche una.

“E’ stato utile comunque. Mi sono presentato ai photoeditor, mi sono fatto conoscere, ho detto loro che sarei stato a disposizione in Sud Africa”.

Ora, passati due anni, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa: collabora con diverse riviste e ha fatto la sua mostra personale, a Bergamo, a cura di 3/3, sul fenomeno della paura urbana nelle zone residenziali di Cape Town e in alcune altre aree suburbane del Sud Africa.

Una cosa è chiara, questo è un lavoro che si fa per passione, non nella speranza di grandi guadagni. “Non ti paghi la metà delle energie che spendi: lavori sempre, da mattina a sera. Scrivi e-mail alle riviste, cerchi continuamente argomenti, lavori sulle foto, mandi proposte”. Senza sapere di solito quanto e se rientrerà qualcosa dal punto di vista economico.

“Dipende moltissimo. Io ho aperto al partita Iva e vivo delle foto che vendo. A volte lavori e guadagni tanto, poi ci sono periodi in cui non riesci a piazzare niente e ti inizi a preoccupare”.

E quando ti chiedono qualcosa devi essere immediatamente a disposizione.

“Ieri mi ha chiamato Le Monde per chiedermi foto di violenze o di malati di Aids. Ma le volevano per il giorno dopo, dovresti già averle in archivio”, dice. ”La difficoltà sta nell’equilibrare quanto puoi fare da solo con il rischio di non rientrare nelle spese e quanto puoi aspettare che ti commissionino loro le foto”.

Non che ci sia molta scelta.

“Sono pessimista sul futuro di questo lavoro. Ormai è diventato più importante essere in un determinato luogo piuttosto che saper utilizzare bene la macchina fotografica”. E poi in Italia ci sono soltanto venti riviste con cui è possibile lavorare, non è tanto.

“Con questo lavoro fai fatica, investi i tuoi risparmi e spesso non rientri nelle spese. Ho 30 anni e devo iniziare a pensarci”, commenta. “Voglio sempre riuscire a fare questo lavoro, ma devo contemporaneamente consolidare anche il lavoro commerciale, visto che con le riviste non si sopravvive”.

L’importante però è crederci.

“Se vuoi farlo, sono sicuro che al 90% ci riesci, ma non mi aspettavo che fosse così faticoso”.

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Lavorare stanca

Coversazioni quotidiane di un frilanz:

ore 11,00

-buongiorno, vorrei parlare con il caporedattore esteri

-A quest’ora, sta scherzando? Richiami fra due ore

ore 12,00

-buongiorno, sono sempre io, vorrei parlare con il caporedattore esteri

-mi dispiace, non c’è ancora nessuno degli esteri

0re 14,00

-buongiorno, vorrei parlare con il caporedattore esteri

-Beh, è arrivato, ma è appena andato a pranzo, provi a chiamare stasera.

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La dura vita del frilanz

C’erano una volta un ufficio, un lavoro sicuro fino alla pensione, un posto fisso a tempo indeterminato.

Oggi ci sono i Frilanz.

Segno distintivo: un’insolita dipendenza da internet e dai telefoni, libertà di movimento, orari flessibili, tanto lavoro.

Ecco le storie di chi prova a fare da solo

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